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L’ultimo romanzo di Carlo Fruttero, da cui è tratto questo spettacolo, raggiunge una sorta di sintesi essenziale: otto sguardi di donne puntati su un fatto di cronaca nera, otto personaggi diversi per età, cultura, provenienza sociale dicono la loro riguardo all’assassinio di una bella rumena che è riuscita a sposare un banchiere. Lo scrittore sembra non raccontare neanche più, sembra starsene in disparte con sorniona ritrosia, lasciando che i personaggi prendano corpo dalle loro stesse parole. Le otto donne informate, “la bidella, la barista, la carabiniera, la volontaria, la giornalista, la figlia, la migliore amica e la vecchia contessa”, non sbagliano una sola frase, una sola parola: l’atlante linguistico tracciato dalle loro voci ci insegna un pezzo di società italo-torinese, sgangherata e infetta sotto le apparenze per bene. Parlano, parlano, talvolta parlano troppo, come si dice che accada alle donne: in un cicaleccio continuo, in un affastellarsi di voci che cercano di sopraffarsi. Una bulimia verbale che, alla fine, porta anche alla verità e all’improvvisa consapevolezza di essere in teatro, in un’ interpretazione drammatica di qualità.



