
E sulla percezione della storia e delle storie d’Italia, Melloni sofferma parte dei suoi ragionamenti: “Con la prima guerra mondiale, un vero e proprio spartiacque per il paese, che ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane, inizia a svilirsi il mito risorgimentale. L’Italia si vede poi rapire l’amor di patria dal fascismo, e da quel momento decide di ignorarlo, perché orami ritenuto compromesso dalla propaganda della dittatura: la nostra storia repubblicana caratterizzata dalla divisione tra cattolici e comunisti non ha più visto esaltare i valori patriottici da nessuna delle due correnti politiche. L’attuale Presidente della Repubblica è il primo a fare uno sforzo vero per ristabilire la giusta dignità a tale valore”.
Dagli anni sessanta gli italiani imparano un patriottismo che Melloni definisce “allungato come un brodino”, fatto di canzoni, luoghi comuni e falsi storici: oggi le nuove generazioni perdono interi pezzi di storia, anche quella repubblicana, “I miei studenti all’università, seppur provenienti da buone scuole, sono per lo più convinti che Aldo Moro fosse il segretario del PCI: hanno quadri di conoscenze, ma non i chiodi di cultura generale sui quali appenderli”.
E secondo Melloni questo appiattimento culturale è quello che ha permesso di innescare revisioni storiche che in nessun altro paese di buon senso sarebbero state possibili: “Vi figurate se Obama dichiarasse che la costituzione americana è vecchia? Oppure se qualcuno del suo staff politico chiedesse di spostare il Pentagono nell’Arkansas per un federalismo più innovativo? Rischierebbero il processo. Da noi non è così poiché queste dichiarazioni, che sentiamo ogni giorno più strampalate, si innestano su un’ignoranza diffusa nei confronti della nostra storia unitaria che non è in grado di produrre reazioni corali”.
Melloni ha poi fatto una lunga digressione sul cattolicesimo e sul ruolo che la Chiesa cattolica continua ad esercitare nello stato Italiano (“il 97% degli italiani è battezzato”), che mantiene atteggiamenti discriminanti – ad esempio in materia fiscale, ma non solo – nei confronti delle confessioni religiose minori, e che ancora una volta questo ruolo a tratti impositivo che viene esercitato dalla Chiesa è dovuto alla scarsissima conoscenza degli italiani delle materie teologiche, completamente demandate ai seminari religiosi e non più insegnate nelle pubbliche università: “questo ci ha impedito di capire la nostra arte, letteratura, cultura, tutte profondamente basate sulla lettura simbolica del cristianesimo”.




