L’assessore comunale alle Politiche economiche Graziano Pini sul tema delle liberalizzazioni:Innanzitutto viva le liberalizzazioni, ovunque non siano causa di peggioramento della qualità della vita di una comunità.

Liberalizzare vuol dire: rendere libero l’accesso a un mercato e abbassare le barriere all’entrata in un settore, stimolando per questo tramite la concorrenza che, solitamente, consente minore potere agli offerenti e quindi minori prezzi e più scelta.

Liberalizzare, cioè, non è sinonimo di assoluta deregulation ovvero di “far west” senza alcuna regola. Il processo di liberalizzazione va declinato tenendo conto del contesto e della situazione complessiva di una comunità.

Nello specifico della rete distributiva e dei servizi di vendita al dettaglio, occorre avere attenzione ai seguenti obiettivi:

1. Il massimo benessere dei cittadini-consumatori che dovranno avere certezza di servizio distributivo (sapere quando e dove gli esercizi sono aperti per non vagare per la città a vuoto), certezza di servizio anche nelle domeniche meno appetibili per il business (se volete, guardate il calendario di aperture in agosto degli iper!), prezzi più bassi possibili a parità di qualità.

2. Una concorrenza che non distrugga risorse private e pubbliche, il che accadrebbe qualora nella competizione si inducesse la chiusura degli esercizi commerciali (i piccoli) che, oltre ad essere presìdi sociali in molte zone decentrate delle città e delle piccole frazioni, sono altrettante opportunità di servizio per le categorie meno mobili della popolazione.

3. Difesa della sostenibilità e vitalità dei centri storici e delle loro valenze anche culturali che trarrebbero da una liberalizzazione selvaggia difficoltà crescenti (solo le catene potrebbero adattare agevolmente l’organizzazione alle mutate aperture serali/notturne e festive).

4. Una degna organizzazione delle famiglie con rispetto (per chi ha questa sensibilità e questa appartenenza) delle funzioni religiose e delle occasioni di vita familiare libera da impegni lavorativi (fino ad ora limitati principalmente ai feriali); faccio presente che se la domenica diventa un giorno qualunque occorre rimodulare anche una buona parte di servizi sociali e collettivi (con quali risorse?).

5. I minimi carichi lavorativi sulle persone nelle giornate sino ad ora considerate “di festa” (vedi anche sopra). Vanno tutelati i lavoratori, garantendo loro condizioni di compensazione degli svantaggi del lavoro festivo (oggi le maggiorazioni salariali sono molto diverse da insegna a insegna, con tendenza al calo da parte dei datori di lavoro più generosi in passato) ed evitando aumenti di fenomeni illegali (lavoro nero, sicurezza nel lavoro).

6. Libertà di apertura per i negozi delle gallerie che riduca i vincoli condominiali, nati in un contesto giuridico-istituzionale dove la festività era una eccezione e non la regola; vanno evitati sprechi di risorse per contenziosi legali possibili tra negozi e iper.

7. Autonomia delle amministrazioni locali di regolamentare le aperture tenendo conto delle esigenze di garantire la salute dei residenti (rumore), la vivibilità delle città, l’abuso di alcool dei giovani, la sicurezza e la qualità urbana. Oggi l’unico strumento rimasto (depotenziato) sarebbe l’Ordinanza, limitata nel tempo e nello spazio oltre che nella motivazione (sostanzialmente ordine pubblico).

Vorrei ricordare che, non per nulla, il “Modello Modena” di totale concertazione e turnazione delle aperture festive sta girando il Paese.

(Graziano Pini, Assessore alle Politiche economiche del Comune di Modena archiviato come: Economia, lavoro e commercio)