mosaico-tardoromanoEra stato scoperto per la prima volta nel 1897 da Arsenio Crespellani, lungo l’antica via Claudia nei pressi di Savignano sul Panaro. È tornato alla luce oltre un secolo dopo, tra il 2010 e il 2011, durante la realizzazione di una rotatoria. Il grande mosaico proveniente da una villa di epoca tardoromana sarà presentato domenica 16 dicembre alle 11 al Lapidario romano dei Musei civici, al piano terra di Palazzo dei Musei in largo Porta Sant’Agostino 337, alla presenza del sindaco di Modena Giorgio Pighi e dell’assessore alla Cultura Roberto Alperoli, del presidente della Provincia di Modena Emilio Sabattini, del soprintendente per i Beni archeologici dell’Emilia-Romagna Filippo Maria Gambari e della direttrice del Museo civico archeologico etnologico Ilaria Pulini.

Il mosaico, originariamente di 7 per 4,50 metri, è decorato con elementi stilizzati alternati al nodo di Salomone, con un tondo centrale incorniciato da una corona di lauro, tecnica che testimonia la ricchezza del committente. Resterà visibile al Lapidario Romano fino al 12 maggio, all’interno di una mostra curata dal Museo civico archeologico etnologico in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni archeologici dell’Emilia Romagna (che ha diretto gli scavi) e la Provincia di Modena (che ha finanziato il distacco e il restauro del mosaico).

Al momento della prima scoperta, a fine Ottocento, l’elegante pavimentazione venne lasciata sul posto e coperta di terra. Come unica testimonianza rimase un acquerello dipinto da Giuseppe Graziosi che ne metteva in evidenza la raffinata fattura. Alla sua scoperta è dedicato anche il calendario 2013 realizzato dal Museo. Il calendario sarà dato in omaggio al pubblico in occasione dell’inaugurazione, assieme al “giornale di mostra”, che nei giorni seguenti resterà a disposizione ma sarà in vendita a 1 euro. L’ingresso all’esposizione è sempre gratuito negli orari di apertura del Lapidario: da lunedì a venerdì dalle 8 alle 19, sabato e domenica dalle 9.30 alle 19.

A FINE OTTOCENTO I PRIMI SCAVI DI CRESPELLANI

La scoperta dell’archeologo modenese fu illustrata dai disegni di Giuseppe Graziosi

Il grande mosaico policromo di età tardoantica che verrà esposto dal 16 dicembre nel Lapidario romano dei Musei civici di Modena fu messo in luce per la prima volta nel 1897, dall’archeologo modenese Arsenio Crespellani, durante gli scavi di una villa romana nel podere Melda di Sotto presso Savignano sul Panaro lungo l’asse stradale dell’antica via Claudia. La presenza di numerosi resti archeologici lungo la valle del Panaro nei dintorni di Savignano era già ampiamente nota a Crespellani dalle informazioni raccolte dal nonno Arcangelo e dal prozio Domenico che nella prima metà dell’Ottocento avevano messo insieme una vasta collezione di reperti raccolti nella zona, conservata nella villa di famiglia di Doccia, situata a breve distanza dal Podere Melda. Nel corso dello scavo fu individuata anche una seconda pavimentazione musiva figurata che decorava un altro ambiente della villa.

La necessità di conservare una testimonianza il più possibile fedele della policromia dei mosaici prima di ricoprirli nuovamente di terra spinse Crespellani a chiedere l’intervento dell’artista Giuseppe Graziosi, che in quegli anni lo affiancava realizzando disegni di reperti e schizzi topografici. Oltre ai due mosaici della villa romana Graziosi illustrò altri ritrovamenti archeologici effettuati negli ultimi anni del XIX secolo da Crespellani, probabilmente come segno di riconoscenza per il sostegno economico che lo studioso gli aveva accordato per completare la sua formazione artistica. I disegni acquerellati dei due mosaici, conservati nel fondo Graziosi dei Musei saranno esposti al pubblico in occasione della mostra nel Lapidario romano.

Nel 2010-2011 la villa romana di Melda di Sotto è stata nuovamente oggetto di indagini archeologiche durante i lavori per la costruzione di una rotatoria in località Magazzino, nell’ambito della realizzazione del tratto di Pedemontana tra Ergastolo e Bazzano. Le indagini hanno riportato alla luce quattro ambienti appartenenti alla villa, tre dei quali con decorazioni musive.

I nuovi scavi, diretti dalla Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Emilia-Romagna e finanziati dalla Provincia di Modena, hanno consentito il distacco e il restauro del grande mosaico del primo ambiente della villa, mentre un altro mosaico è stato lasciato sul posto perché troppo degradato per essere asportato.

Oltre ai due mosaici di età tardoantica già scoperti da Crespellani, nel nuovo scavo è stato individuato, e successivamente distaccato e restaurato, anche un frammento di mosaico del IV secolo con motivo ad arcate su colonne che formava la cornice della pavimentazione del secondo ambiente della villa. Le nuove indagini hanno permesso di confermare la datazione del complesso tardoantico proposta da Crespellani e hanno inoltre messo in luce elementi riferibili al primo impianto della villa, che si fa risalire alla fine del I secolo a.C. – I secolo d.C.

INTRECCIO GEOMETRICO E PIETRE DEL PANARO

Le pietre e la tecnica esecutiva dei mosaici rinvenuti negli scavi di Savignano

Il grande mosaico, staccato e rimontato nell’esposizione che prenderà il via a Modena domenica 16 dicembre (Lapidario romano dei Musei civici), si sviluppa su un intreccio geometrico di ottagoni e cerchi, con al centro una decorazione figurativa racchiusa entro una corona di foglie d’alloro realizzata impiegando anche tessere in vetro rosso e verde, che dovevano risaltare alla luce accrescendo la sontuosità dell’ambiente. La decorazione centrale è molto frammentata, ma i pochi elementi rimasti lasciano intravedere il disegno di un vaso panciuto, un kantharos, elemento simbolico molto comune nei mosaici tardoantichi. Gli ottagoni laterali, conservati solo in parte, comprendono motivi circolari interni, e sono decorati da figure diverse: disegni vegetali che fuoriescono da un piccolo vaso stilizzato, un nodo di Salomone, circondato da una ghirlanda gemmata, una ghirlanda che racchiude un fiore di giglio rosato. Le decorazioni utilizzate negli spazi riempitivi sono estremamente variate: un tralcio di foglie d’edera cuoriformi, una treccia a quattro capi, una scacchiera di triangoli, linee parallele di squame allungate bianche e nere.

Del mosaico di un secondo ambiente, appartenente ad una fase costruttiva precedente, si conserva solo la cornice perimetrale, composta da un particolare motivo ad arcate rette da colonne comune nel IV secolo nella zona di Grado e Aquileia, eseguito impiegando tessere più piccole ed irregolari rispetto al mosaico dell’ambiente principale, evidentemente riutilizzate da un pavimento più antico.

Un terzo mosaico, scoperto anche da Crespellani, mostra una serie di cerchi concatenati che contengono motivi figurati; nella parte del pavimento ritrovata si trovano un kantharos, fiori, pesci disposti uno sull’altro in posizione opposta, e un grande delfino.

Le pietre. La tecnica di esecuzione del mosaico evidenzia l’impiego di tessere grandi, dal taglio spesso irregolare, rappresentanti varie tonalità cromatiche che comprendono il bianco, il grigio chiaro, il rosso, il nero, il verde e il giallo scuro. Queste sfumature di colore sono state ottenute utilizzando pasta vitrea e rocce differenti. L’analisi delle pietre ha permesso di ottenere informazioni riguardo alla natura e alla provenienza delle materie prime utilizzate. La maggior parte delle tessere scure sono ricavate da pietre di provenienza locale, forse recuperati nelle ghiaie del fiume Panaro. Si trovano però anche rocce importate dal Nord Italia, in particolare dal Veneto e dal Friuli Venezia Giulia. Alcune tessere, probabilmente reimpiegate da mosaici di età precedente, erano realizzate con una varietà di marmo proveniente dalla Turchia.

La tecnica. La tecnica di costruzione dei mosaici è descritta da Plinio e Vitruvio. Lo strato di base era fatto con uno strato di sabbia o di argilla compatta; sopra questo era steso uno strato di grossi frammenti di ciottoli o di laterizi compattati, detto “statumen”; sopra questo si poggiava il “rudus”, formato da ghiaia, pietrisco e frammenti laterizi tenuti assieme da una malta grossolana. Infine si realizzava il “nucleus”, formato sempre dagli stessi materiali ma a granulometria molto più fine, battuto e lisciato in modo che non presentasse vuoti. Le tessere erano fissate su un sottile strato di calce detto “sovranucleus”. Il mosaico vero e proprio era fatto da mosaicisti specializzati che per la posa delle tessere seguivano la sinopia, delle linee guida generalmente incise sulla base di calce, oppure un modello (“cartone”).

Se le tessere venivano posate senza sinopia il disegno presentava spesso imprecisioni dovute alla mancanza di un progetto preliminare. Nel grande mosaico esposto in mostra la necessità di adattare lo schema decorativo ad uno spazio non progettato esattamente ha portato ad uno schiacciamento nell’allineamento di alcuni motivi e al taglio di un cerchio nella composizione della soglia.

LA VILLA ROMANA DI MELDA DI SOTTO

Storia dell’edificio nel quale è stato rinvenuto il mosaico in mostra a Modena

La villa di Melda di Sotto dalla quale proviene il mosaico che sarà in mostra a Modena da domenica 16 dicembre (Lapidario romano dei Musei civici), probabilmente faceva parte di un centro rurale che costituiva anche il fulcro della vita civile e religiosa, nelle vicinanze dell’antica “strada Claudia” (vicino all’abitato dell’odierna Savignano sul Panaro).

La fiorente economia del territorio era basata principalmente sulla lavorazione dell’argilla, sulla coltivazione della vite e dell’olivo e sull’allevamento di ovini per la produzione della celebre “lana modenese”. Strabone alla fine del I secolo a.C. ricorda la qualità delle lane ricavate dagli allevamenti della zona prossima al Panaro, superiori alle altre per morbidezza e bellezza. Già al momento della sua costruzione, che risale alla fine del I secolo a.C. – I secolo d.C., la villa aveva una zona destinata a residenza con pavimenti a mosaico o in “opus signinum”, pavimentazione tipica dell’epoca. Sotto ad uno dei pavimenti della villa tardoantica sono stati trovati i resti di una vasca in cocciopesto, forse utilizzata per la decantazione del vino o dell’olio o per la lavorazione della argilla.

In età tardoantica la villa è oggetto di importanti opere di rifacimento. Anche se i dati forniti dallo scavo non consentono di definirne la tipologia architettonica e neppure di ipotizzarne l’estensione complessiva, è indubbio tuttavia che tra IV e V secolo la zona residenziale venne ampliata e arricchita con splendidi mosaici policromi. Lo scavo ha messo in luce un nucleo di cinque ambienti comunicanti. Quattro sono a pianta quadrata, ampi circa una ventina di metri quadrati ciascuno. Il quinto ambiente, aggiunto ex novo nel V secolo, aveva una dimensione di circa 35 metri quadrati ed era pavimentato con il grande mosaico esposto in mostra.. Si tratta probabilmente del vano principale della villa, in cui si dovevano celebrare la ricchezza e il potere del proprietario, probabilmente un personaggio di alto rango.

La ristrutturazione del V secolo potrebbe forse coincidere con la politica di rinnovamento edilizio messa in atto da Onorio soprattutto nei confronti di quei territori, quale quello lungo il Panaro, situati in zone strategicamente importanti per il collegamento con Ravenna, dal 402 nuova capitale dell’Impero. Gli eleganti pavimenti testimoniano una committenza ricca e raffinata, che attraverso il lusso degli ambienti intendeva sottolineare il proprio status sociale. In un momento di crisi generalizzata dell’impero, scosso da ripetute incursioni barbariche, a cui faceva riscontro un calo della popolazione del centro urbano di Mutina, il territorio di Savignano godeva evidentemente ancora di un certo benessere economico, forse garantito, come già in passato, dalla produzione e dallo smercio della lana.