E’ stato presentato oggi “diStanze in Gioco”, un progetto di ricerca-intervento sulla relazione tra genitore-detenuto e figlio, che ha messo in dialogo le competenze scientifiche criminologiche e l’esperienza educativa per la prima infanzia di Reggio Emilia, a partire dalla riqualificazione dello spazio dedicato agli incontri dei detenuti con le loro famiglie, le loro bambine e i loro bambini, realizzata all’interno degli Istituti Penali di Reggio Emilia.

La carcerazione ha ripercussioni negative sui legami familiari e crea distanze, spesso irriducibili, fra le persone detenute e le loro famiglie, del tutto negative sia per il percorso risocializzativo della persona detenuta che per il percorso evolutivo del minore. Il progetto di ricerca si rivolge alla realizzazione di un intervento per rinforzare e tutelare il rapporto tra padre detenuto e figlio, svolto a partire dalla ri-progettazione e riqualificazione degli ambienti dedicati alle visite delle famiglie nel contesto penitenziario. “DiStanze in Gioco” si è quindi dedicato alla riprogettazione di stanze, spazi, ambienti, per rimettere in gioco le distanze e per realizzare un intervento rivolto a ricostruire e rafforzare la relazione tra il genitore ed il figlio.

 

UNA RETE DI PROMOTORI TRA GIUSTIZIA ED EDUCAZIONE

Il progetto di ricerca-intervento, nato negli Istituti Penali di Reggio Emilia e promosso dall’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia – Dipartimento di Educazione e Scienza Umane e da Fondazione Reggio Children-Centro Loris Malaguzzi ETS,  è stato  approvato dal Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per l’Emilia-Romagna e Marche, ed è stato sviluppato nell’ambito del Dottorato di ricerca in “Reggio Childhood Studies” con la collaborazione di Istituzione Nidi e Scuole Infanzia del Comune di Reggio Emilia. Il progetto rientra inoltre tra le attività programmate in modo integrato tra Istituti Penali di Reggio Emilia e Comune di Reggio Emilia. L’insieme delle molteplici competenze coinvolte nel progetto ha consentito la costruzione di un progetto di ricerca-intervento particolarmente originale e di misurarsi nell’ascolto e nell’interpretazione delle esigenze specifiche in questo ambito.

Intervengono alla presentazione del progetto Lucia Monastero, Direttrice Istituti Penali di Reggio Emilia, Luca Vecchi, Sindaco di Reggio Emilia, Carla Rinaldi, Presidente Fondazione Reggio Children, Susanna Pietralunga, Professore di Criminologia, Dipartimento di Educazione e Scienze Umane, Università di Modena e Reggio Emilia

La visita degli spazi e l’illustrazione proposte educative sarà a cura di Carmela Gesmundo, Funzionario Giuridico Pedagogico degli Istituti Penali di Reggio Emilia, dottoranda in Reggio Childhood Studies, Valentina Conte, Architetto, project manager Fondazione Reggio Children

con la partecipazione di Daniela Lanzi, Pedagogista, UOC Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia ed Elisabetta Borciani, Insegnante, Laboratorio Teatrale Gianni Rodari, Istituzione Scuole e Nidi Infanzia del Comune di Reggio Emilia.

 

L’OBIETTIVO DEL PROGETTO

L’obiettivo del progetto è quello di favorire la qualità delle relazioni tra il genitore detenuto, i figli e i famigliari, anche attraverso la valorizzazione del cosiddetto momento del “colloquio”, a partire da una riprogettazione dello spazio.

Il percorso, in linea con i presupposti di intervento di carattere scientifico criminologico e con i valori dell’esperienza educativa di Reggio Emilia e l’esperienza di progettazione relazionale degli spazi maturata da Fondazione Reggio Children nei suoi interventi contro la povertà educativa, ha innescato un processo virtuoso di dialogo e confronto tra professionalità e sensibilità differenti.

Il progetto, quindi, si è sviluppato come percorso di ricerca e di intervento multidisciplinare sul tema della progettazione pedagogica dello spazio, delle modalità di intervento trattamentale di carattere scientifico criminologico e dell’importanza dei linguaggi architettonici.

Lo spazio per le visite dedicato agli incontri dei detenuti con i loro bambini e con le loro famiglie nel contesto penitenziario è stato quindi riconsiderato: da un lato quale strumento di trattamento risocializzativo della persona detenuta, finalizzato al suo reinserimento sociale ed alla riduzione della recidiva; dall’altro, quale strumento che favorisce il benessere psico-fisico dei bambini, finalizzato ad una loro crescita sana ed armoniosa.

LA “LUDOTECA” DIVENTA “diSTANZE IN GIOCO”

Il progetto ha quindi realizzato la riqualificazione e la riprogettazione di due spazi all’interno degli Istituti Penitenziari aperti dal 2005 e definiti “ludoteca”, che necessitavano di interventi di risanamento e di un ripensamento.

La riflessione multidisciplinare ha portato a prendere in considerazione un cambio di paradigma, da “ludoteca” a spazio d’incontro dedicato a tutta la famiglia nel quale il gioco non costituisce un’attività separata che i bambini possono svolgere all’interno dello spazio comune ma diventa una modalità per creare relazioni e rinforzare la relazione genitore-detenuto e figlio.

Le due stanze, avendo necessità di accogliere contemporaneamente più famiglie, così come avviene a livello nazionale nella maggior parte degli Istituti di esecuzione penale, sono state ripensate come un insieme di micro-luoghi le cui forme evocano sicurezza, relazione, famiglia.

Ogni micro-luogo accoglie un nucleo familiare ed è stato pensato e progettato per suggerire occasioni di interazione e relazione tra adulti e bambini attraverso diverse opportunità di gioco. Grazie alle loro caratteristiche di leggerezza e trasparenza, create con profili di legno, i micro-luoghi possono favorire l’intimità della famiglia ma, allo stesso tempo, permettere il controllo visivo da parte del personale di polizia penitenziaria, e così conciliare il diritto alla riservatezza delle famiglie con le esigenze di sicurezza dell’istituto.

 

ALL’OPERA ANCHE LE PERSONE DETENUTE

Il progetto ha innescato un processo virtuoso di dialogo e confronto tra professionalità e sensibilità differenti: docenti universitari, architetti, pedagogisti, funzionari giuridico-pedagogici, polizia penitenziaria, volontari, operatori e assistenti sociali, artigiani e imprese.

Fra gli attori coinvolti anche le persone detenute, che sono i principali fruitori, si sono prese cura in prima persona di questi nuovi spazi. Alcune si sono occupate  della riqualificazione degli ambienti con il ripristino degli intonaci ammalorati, la tinteggiatura grazie a fondi regionali nell’ambito del Piano per l’inclusione di adulti e giovani in esecuzione penale gestiti da ENAIP nel Corso professionale “Competenze per operatore edile delle strutture. Altre persone detenute si sono invece occupate direttamente della costruzione e del montaggio dei nuovi arredi, grazie a fondi del Comune di Reggio Emilia ed alla collaborazione con la falegnameria interna degli istituti Penali di Reggio Emilia gestita dal progetto SemiLiberi della Cooperativa L’Ovile. Le persone detenute hanno inoltre partecipato anche alla realizzazione di cuscini e tendaggi grazie ai volontari del laboratorio di sartoria interno all’istituto. Altre ancora hanno svolto lavori di manutenzione nell’ambito delle attività di manutenzione ordinaria dell’istituto.

Si è infine provveduto ad una rinnovata pavimentazione grazie al contributo di Li&Pra Spa e al completamento dei micro-luoghi con pannelli di policarbonato alveolare grazie al contributo dei Lions Clubs di Reggio Emilia e provincia, ed alla donazione di lampade a sospensione da parte di Fondazione Reggio Children.

 

HANNO DETTO

Il direttore degli Istituti Penali di Reggio Emilia, Lucia Monastero oltre a ringraziare tutte le autorità presenti e le collaborazioni, ha ricordato il contributo di tutte le persone detenute al progetto e ha sottolineato “abbiamo falegnami bravissimi”. “La ludoteca – ha continuato -diventa uno spazio protetto in cui i bambini che si recano in visita al genitore detenuto possano trovare uno spazio a loro congeniale, scevro il più possibile da tensioni e disagi, che promuova l’affettività e un ritrovato senso di famiglia. Accogliere i bambini in un ambiente adeguato alle loro esigenze in una dimensione di gioco significa favorire il clima dell’interazione familiare e la relazione con il genitore, mantenere saldi i rapporti nel pieno rispetto dei bambini e della genitorialità”.

Il sindaco di Reggio Emilia,  Luca Vecchi ha evidenziato come, “nell’esperienza di Reggio Emilia, la cura degli spazi rappresenti la cultura storica dei diritti sociali, civili e di cittadinanza delle persone, portatrici di diritti fin dalla nascita”.  Questo progetto ha il significato di “portare dentro un carcere il senso profondo della città, la consapevolezza di un grande valore di centralità della persona, che è il significato profondo della democrazia e significa alzare l’asticella del livello di civiltà di una comunità”.

“Oggi siamo tutto qui catalizzati attorno ad un significato fragile e bello che è l’infanzia” ha detto Carla Rinaldi, presidente di Fondazione Reggio Children, partner industriale del dottorato Reggio Childhood Studies, peraltro presentato recentemente in Sala Tricolore, a cinque anni dal suo avvio.

“La sfida di Fondazione Reggio Children – ha continuato – è come riuscire a transmutare l’esperienza dei nidi e scuole d’infanzia dall’ambito strettamente educativo in tutti i luoghi per l’infanzia come qualità prima dell’essere umano e quindi per l’umanità tutta”. “Lo spazio non è solo volumi è relazioni e parla di come stiamo insieme” ha continuato Rinaldi che ha ringraziato quindi “il coraggio di una dottoranda, che è anche mamma, di portare questo interrogativo nello spazio incontro famiglie e detenuti, ragionando di luoghi essenziali per la qualità della relazione. E’ una testimone, come altri dottorandi, che migliorare è sempre possibile tenendo l’infanzia per mano”.

Susanna Pietralunga,  professore di Criminologia al Desu-Unimore, ha ricordato come il progetto approvato dal Ministero della Giustizia, provveditorato di Bologna, colga come l’acquisizione della consapevolezza del proprio ruolo genitoriale nella persona detenuta favorisca l’inserimento famigliare, sociale e diminuisca il rischio di recidiva. “Il progetto DiStanze in Gioco costituisce l’evoluzione e la progettazione di precedenti ricerche scientifiche – ha detto Pietralunga – che hanno documentato la rilevanza centrale per la persona detenuta rivestita dalla positiva percezione della propria identità di padre e del proprio ruolo di genitore”. Solo il 26 per cento della popolazione detenuta si ritiene competente nel proprio ruolo paterno, in un danno che si riflette anche nella propria percezione di cittadino. Infatti, fra i risultati della ricerca emergeva come i padri detenuti che ricevono visite frequenti si percepiscano come più competenti nella cura ed educazione dei figli e più abili nel rivestire i diversi ruoli di adulto, rispetto ai detenuti che vengono visitati raramente o mai da figli o famigliari. “I detenuti che mantengono un legame con la propria famiglia sono meno soggetti alla recidiva dopo la conclusione della pena.  – ha continuato Pietralunga – Risulta pertanto di fondamentale importanza riuscire a creare contesti educativi positivi per il minore, nei quali promuovere nel detenuto la costruzione, il rinforzo e il mantenimento di un ruolo genitoriale positivo e autorevole in grado di favorire il suo reinserimento sociale ma anche di proteggere i figli e l’intero nucleo famigliare dalle ripercussioni negative prodotte dall’evento carcerazione”. Un progetto quindi che da un lato si rivolge al rinforzo della genitorialità nella persona detenuta riducendo il rischio recidiva, dall’altro crea un ambiente accogliente in grado di intervenire sulla crescita educativa dei minori.

Era presente Daniele Marchi, assessore a Bilancio e Welfare, con deleghe a Lavoro, Welfare, Bilancio, Sanità e Politiche per i cittadini migranti, il cui assessorato segue direttamente i progetti di collaborazione del Comune con gli Istituti Penali di Reggio Emilia, ha a sua volta sottolineato “la partecipazione delle persone detenute nel ripensare e riqualificare gli spazi destinati all’incontro con le proprie famiglie ei i propri figli” e ha parlato del progetto anche nei termini di “riparo” e di “riparazione” rispetto alla società e al proprio percorso di vita.

Il magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia Marco Bedini ha apprezzato l’alta qualità degli spazi e si è augurato che molti altri istituti penali d’Italia possano trasformare in questo modo i propri luoghi di incontro tra persone detenute e i propri figli e famigliari.

Carmela Gesmundo, funzionaria giuridico pedagogica, dottoranda Reggio Childhood Studies, ma anche mamma di due bambini che hanno frequentato le scuole d’infanzia di Reggio Emilia, primo motore del progetto, ha spiegato: “Quando vieni a contatto come genitore con l’esperienza educativa di Reggio Emilia, questa esperienza ti cambia. E lavorando qui in carcere ho sentito forte la necessità di un cambio di paradigma dello spazio di incontro genitori detenuti e famiglie. Questo è uno spazio di frontiera, dove il dentro e il fuori si connettono e abbiamo così voluto, con il lavoro di tanti anche del carcere, pensare a come riprogettare lo spazio in modo da sostenere la qualità delle relazioni dei genitori, ma anche dei nonni  e degli zii con i bambini e le bambine”.

Valentina Conte, architetto di Fondazione Reggio Children, che ha anche ricevuto un omaggio dalle persone detenute che hanno lavorato insieme a lei, ha illustrato le potenzialità degli spazi e ha ricordato come  “sia stato molto importante per questo progetto nascere e crescere come un’esperienza condivisa che ha messo in campo tante professionalità e sensibilità. Abbiamo cercato insieme di creare micro-luoghi,  tutti caratterizzati, per creare momenti di familiarità, in cui si possa contemporaneamente parlare, leggere insieme un libro, parlare, ascoltarsi”.

Daniela Lanzi, Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia, ha annunciato che si lavorerà a un progetto di genitorialità, di condivisione e incontro tra genitori detenuti e genitori delle scuole e nidi d’infanzia “per condividere responsabilità e risorse nell’educazione dei propri figli”.