Desi Bruno, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale, rilascia le seguenti dichiarazioni dopo il suicidio in cella di un detenuto nel penitenziario Dozza di Bologna, avvenuto nella giornata di mercoledì 7 novembre.

“Il cinquantaduesimo suicidio dell’anno avviene a Bologna. La capienza regolamentare della Dozza è di 482 posti contro le 894 presenze in questi giorni: già un successo, a fronte delle 1200 di qualche tempo fa. Il decremento è l’effetto positivo del terremoto, che ha imposto un importante spostamento di persone detenute. Perché i numeri non mutano se non per effetto di eventi straordinari, altrimenti resta tutto uguale. Non si fanno riforme legislative, non cambiano il codice penale e la gamma delle sanzioni irrogabili, non cambiano la legge sugli stupefacenti (ed un terzo dei detenuti della Dozza, della regione e del paese sono tossicodipendenti molti con diagnosi psichiatrica) e sull’immigrazione (uguale ragionamento per gli stranieri ), restano invece la legge sulla recidiva che ha fatto aumentare la popolazione definitiva e il 40% di detenuti in custodia cautelare, mentre la concessione delle misure alternative alla detenzione dipende da una serie di variabili. La crisi economica colpisce ancora più duramente chi ha già bisogno di tutto: in carcere si lavoro poco, mancano agenti, personale educativo, psicologi, mancano le saponette, i vestiti, i francobolli per gli indigenti (80% della popolazione detenuta). Si uccidono oggi anche gli agenti di polizia penitenziaria con una frequenza sconosciuta. I tagli colpiscono anche le direzioni degli istituti , il servizio sociale che cura l’esecuzione penale esterna.

Tutto questo, per inciso, anche a discapito della sicurezza di tutti.

Nel carcere di Bologna c’è il servizio “nuovi giunti “, il primo forse istituito in Italia, che tenta di intercettare il disagio e il rischio suicidario prima che esploda. Ci sono volontari , personale che ci prova a cogliere segnali di preoccupazione, c’è un servizio psichiatrico ampliato, anche se non possiamo con tutta evidenza dire sufficiente, visto l’accaduto. C’è una direttrice e una direzione che a fronte di scioperi della fame e situazioni a rischio non ha paura di mettersi in gioco e chiedere aiuto a chi, come chi scrive, ha compiti di tutela delle persone detenute.

Ma c’è anche un compito di denuncia, a fronte di un’altra vita che se ne va, e non importa se l’avrebbe fatto altrove. E allora bisogna dire che nella situazione attuale nessuno può pensare a prevenire i suicidi, perché il rischio è in sé, in quella misera vita, per la maggior parte dei detenuti, che si svolge in pochi metri quadri. E allora se la scelta è “tagliare” sempre di più le risorse, la prevenzione del rischio suicidario è un contenitore vuoto. Se non si vogliono amnistia e indulto, si facciano le riforme. Ma intanto si rispettino i numeri, come segno di legalità. Se il carcere di Bologna (ma il discorso vale per tutti gli istituti) può contenere 482 detenuti come numero regolamentare, si faccia come in altri paesi, nei quali si entra in carcere quando c’è posto, e nessuno pensa di superare la soglia, perché sarebbe un atto contro la legge. Allora, forse, potremo pensare di ridurre il rischio suicidario connesso alla privazione della libertà personale”.