
Da loro arriva la conferma: si tratta di un gatto selvatico (Felix silvestris) che in Italia, sopra l’Appennino tosco emiliano, è molto raro incontrare. Il gatto selvatico è infatti strettamente legato agli habitat forestali, in particolare di latifoglie, generalmente a quote medio-basse per ragioni dipendenti dall’innevamento che ne rappresenta un fattore limitante. In Italia è distribuito in tutta l’area centro-meridionale, in Sicilia e in Sardegna. Manca da gran parte delle Alpi e per l’Appennino settentrionale le segnalazioni degne di nota sono sempre state scarse e frammentarie. Nel bolognese i suoi avvistamenti sono sporadici e recenti (due lo scorso anno).
La sua identificazione in natura può risultare problematica e incerta anche perché morfologicamente è simile al gatto domestico anche se apparentemente di struttura più robusta a causa del pelo più folto e lungo. Anche la taglia risulta sovrapponibile a quella del gatto domestico: i maschi adulti infatti pesano mediamente attorno ai 4 kg, le femmine circa un chilo in meno.
La colorazione di fondo è grigio-avana che appare uniforme sulle parti superiori, i lati e la coda; le parti inferiori sono di colore crema che diventa quasi bianco sul mento, sulla gola, sul petto e nella regione interna delle cosce; caratteristiche striature più scure e irregolari si evidenziano sulla testa, lungo i fianchi e sulle gambe. Un carattere diagnostico è una stria dorsale scura e ben definita che da dietro alle spalle arriva alla base della coda; questa possiede sempre la punta nerastra e una serie di anelli del medesimo colore (di norma 2-4), quasi sempre completi.
Mostra tendenzialmente abitudini notturne, si ciba di piccoli vertebrati (uccelli e mammiferi) e non costituisce pericolo alcuno per l’uomo. È specie molto schiva e di difficile avvistamento.



