
Con il termine “microbiota” ci si riferisce alla comunità di microrganismi presenti all’interfaccia tra il suolo e le radici delle piante e, analogamente a quanto avviene nell’apparato digerente umano, esso può favorire o ostacolare l’assorbimento di nutrienti.
Poiché l’azoto è uno degli elementi più importanti per la crescita e lo sviluppo dei vegetali, c’è grande interesse ad identificare metodi innovativi per una intensificazione sostenibile delle produzioni agrarie.
“Da tempo il nostro gruppo di ricerca – dichiara il prof. Enrico Francia, docente Unimore del Dipartimento Scienze della Vita – è impegnato nello studio di approcci eco-sostenibili per migliorare la resa delle colture, in particolare quella del pomodoro, che è alla base di una delle filiere agro-industriali storiche e strategiche del Made in Italy”.
La sperimentazione, basata su una prova agronomica condotta in un’azienda agricola del ravennate è stata impostata e seguita dal dott. Domenico Ronga e dalla dott.ssa Federica Caradonia, ricercatori di Unimore, ed ha coinvolto il gruppo del dott. Davide Bulgarelli, ex-studente dello stesso Ateneo e che dal 2015 guida un gruppo di ricerca in patologia vegetale presso la School of Life Sciences dell’Università di Dundee in Scozia.
Utilizzando tecnologie all’avanguardia di sequenziamento del DNA, è stato possibile chiarire due aspetti fondamentali della risposta del microbiota di pomodoro alla somministrazione di diversi fertilizzanti azotati (sia minerali, sia organici che organi-minerali).
“In primo luogo – spiega il dott. Davide Bulgarelli – si è stabilito che il microbiota di pomodoro è una comunità chiusa, ovvero non tutti i microbi possono proliferare allo stesso modo sulla radice e nel sottile strato di terreno che la circonda, ciò che gli scienziati chiamano rizosfera. In particolare abbiamo osservato che gli Attinobatteri tendono a colonizzare l’interno delle radici di pomodoro”.
“In secondo luogo – afferma il prof. Enrico Francia – l’applicazione di diversi fertilizzanti azotati porta ad una regolazione fine della composizione del microbiota. È quindi probabile che in futuro questi microbi saranno strategici per ottimizzare la nutrizione delle piante e migliorare la produzione agricola in generale. Sapere che le piante hanno esigenze microbiche diverse quando sottoposte a sistemi di coltivazione differenti ci aiuterà a identificare gli inoculi più efficaci per ogni scenario”.
***
Nella foto il gruppo di ricerca coordinato dal prof. E. Francia (terzo da sin. in II fila)



