“Il lavoro nero è una piaga che va combattuta e contrastata, sia perché si violano i diritti dei lavoratori sia perché si alterano le regole della libera concorrenza; è però ingiusto generalizzare perché la stragrande maggioranza degli operatori del turismo e della ristorazione opera in modo corretto”. Sul tema interviene Alberto Crepaldi, responsabile settore turismo e ristorazione di Confesercenti Modena, a commento del bilancio delle attività di controllo effettuate dalla Guardia di Finanza nel corso del 2007, che hanno messo il luce il diffuso utilizzo di lavoratori in nero in locali e ristoranti della provincia.
Il contrasto e la repressione di comportamenti irregolari non possono però essere l’unica leva su cui agire. I settori del turismo e della ristorazione hanno, come noto, esigenze del tutto particolari di flessibilità di cui si deve tenere conto se non si vuole penalizzare gli imprenditori nelle loro scelte organizzative. Per questo l’Associazione sottolinea quanto sia importante disporre di soluzioni giuridiche adatte a far fronte alle peculiarità che caratterizzano questi settori. In tal senso, Confesercenti nazionale ha sostenuto l’opportunità che l’istituto del lavoro a chiamata, mediante il quale un lavoratore si pone a disposizione di un datore per lo svolgimento di una prestazione, fosse reintrodotto per taluni settori tra i quali appunto quello della ristorazione. “È positivo che la nostra sollecitazione sia stata accolta, perché il lavoro a chiamata – sottolinea Crepaldi – è uno strumento idoneo a far fronte alle condizioni di discontinuità lavorativa tipiche dei pubblici esercizi. I vantaggi maggiori per le imprese riguardano la semplificazione delle procedure di assunzione e non tanto gli aspetti economici”.
Accanto al tema della flessibilità, resta però anche un altro problema. Il costo del lavoro è gravato da un carico fiscale insostenibile. Nell’area Euro, infatti, come evidenziato nel rapporto Eurostat “Taxation trend in the European Union”, l’Italia spicca per aver avuto la più alta crescita dell’imposizione fiscale sui redditi da lavoro nel decennio 1995-2005: si è passati infatti, dal 37,8 per cento del 1995 al 43,1 del 2005, a fronte, di una media del 35,6.




