
Il tema vero e con cui la società emiliano romagnola deve fare sempre più i conti è la capacità delle mafie, in questo caso ‘ndrangheta, di radicarsi, nonostante le inchieste e i processi, nella nostra regione. La sentenza, che si pone in continuità con i processi AEMILIA e GRIMILDE, dimostra la capacità delle mafie di riorganizzarsi, di operare durante la pandemia (come più volte da noi denunciato), di stringere rapporti con un pezzo di imprenditorialità locale e di professionisti, disponibili a fare affari criminali.
Gli strumenti sono sempre gli stessi e sempre più evoluti (meccanismi di falsa fatturazione, apertura di centinaia di società che rapidamente vengono chiuse, evasione ed elusione fiscale), che alla fine si traducono nello sfruttamento di lavoratrici e lavoratori, sottopagati, impediti nel rivendicare i loro diritti, in nero, in condizioni di insicurezza e precarietà. Questi sono gli stessi meccanismi presenti nella recente indagine “Radici”, in questo caso camorra, che spolpano le imprese sane e portano al licenziamento delle lavoratrici e dei lavoratori
È necessario maturare definitivamente l’idea che la difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori, la legalità, il contrasto all’evasione fiscale (piaga endemica del Paese), sono gli strumenti fondamentali di contrasto e prevenzione all’infiltrazione criminale e mafiosa. Occorre che vi sia piena consapevolezza che ancora una volta la società emiliano romagnola, le sue istituzioni, il mondo associativo ma anche i tanti imprenditori onesti, le associazioni dei professionisti (commercialisti, avvocati, consulenti, notai) e la politica, assumano il contrasto alla criminalità organizzata e alle mafie quale elemento prioritario e strutturale del loro agire quotidiano.
(CGIL Emilia-Romagna – CISL Emilia-Romagna – UIL Emilia-Romagna)




