
“Il grido d’allarme lanciato oggi a Genova dal Presidente di Confindustria Emanuele Orsini sul futuro della manifattura europea è purtroppo aderente alla realtà e riflette una situazione paradossale per le nostre imprese. Il nostro settore, quello della ceramica, è forse l’emblema più nitido di questa contraddizione: leader mondiale per estetica, innovazione tecnologica e sostenibilità, eppure oggi messo all’angolo da un percorso che sembra ignorare la realtà e si concentra ossessivamente solo sulle emissioni di CO₂ che, se noi chiudiamo, peraltro aumenterebbero con le importazioni da India, Cina ed altri paesi extra UE.
Vogliamo investire, vogliamo continuare a innovare e anche essere parte della transizione se riusciremo ad arrivarci. Ma la verità è che, allo stato attuale, non esistono ancora soluzioni tecnologiche né vettori energetici disponibili che rendano praticabile il sentiero di decarbonizzazione così come è stato immaginato a Bruxelles. E ciò che più colpisce, o meglio spaventa, è la cecità diffusa di fronte a questa evidenza.
Comprendo che per alcuni Paesi europei la ceramica possa sembrare un settore marginale. Ma non posso accettare l’idea di un’Europa che, per inseguire un ideale senza strumenti, rinuncia a pezzi fondamentali della propria identità industriale, senza una visione d’insieme, proseguendo nel fissare benchmark impossibili e ignorando le turbolenze geopolitiche ed energetiche attuali.
Mi chiedo, siamo davvero i soli a vedere che qui rischia di crollare tutto? Serve realismo, tanto realismo. E serve velocità nelle decisioni. Oggi manca il senso dell’urgenza, manca la percezione concreta di ciò che sta accadendo. Davvero dobbiamo aspettare che la recessione si manifesti in tutta la sua durezza?
Io non voglio crederci. E continuo a sperare in un cambio di rotta, come richiesto dal nostro Presidente, in un atto di lucidità e ragionevolezza da parte dei decisori europei. Perché il tempo, ormai, non è più una risorsa infinita: è un conto alla rovescia”.



