
L’allora Centro di Permanenza Temporanea fu fortemente voluto dai Cittadini Modenesi che tramite i Comitati per la sicurezza e la vivibilità raccolsero più di 18.000 firme a sostegno di una corale rivendicazione. La richiesta fu appoggiata e sostenuta dal Comune, che si adoperò nei rapporti con Prefettura e Ministero degli Interni per ottenerne la realizzazione (gli oneri di attuazione e gestione essendo competenza statale), contribuendo ad individuare la localizzazione, e monitorando le fasi per la progettazione, perché la struttura (come inizialmente concepita) fosse rispondente alle prescrizioni dettate dalla Cassazione in tema di dignità e rispetto delle persone.
Ricordo che al tempo erano forti in città le preoccupazioni, fino a forme di esasperazione, nei confronti di fenomeni di prostituzione e spaccio che interessavano diverse zone urbane, generando disagio e insicurezza, anche per la frustrante constatazione della difficoltà, una volta che le forze dell’ordine erano magari intervenute con il fermo, a far sì che le persone non tornassero velocemente alle stesse attività, per la carenza di norme e strumenti efficaci.
I “centri” come previsti dalla legge Turco/Napolitano rispondevano appunto a questo: avere uno strumento di contrasto verso i “soggetti” di manifesta pericolosità, e per i casi di fondato sospetto che la mancanza di identità personale fosse un problema di natura dolosa, e non la semplice mancanza del documento d’indentificazione. Se ne prevedeva una dislocazione di due/tre in ogni regione, con dotazioni organiche proprie, e tempi brevi di soggiorno.
Ma quell’impianto è stato presto stravolto, senza che se ne potesse valutare l’efficacia, con la successiva Bossi-Fini. Chiunque senza permesso di soggiorno (anche chi, perso il lavoro, è in attesa di trovarne un altro) passibile di restrizione ed espulsione; allungamento spropositato dei tempi di permanenza; nessuna (o pochissime) struttura realizzata; negate le dotazioni organiche promesse, surrogate dalla vigilanza esterna dei militari, e aggravio sulle forze dell’ordine del territorio. Vengono da qui le diverse negatività, attinenti le condizioni strutturali, la funzione, le problematiche gestionali, e di tutela dei lavoratori, oltre alle complessità di amministrazione, le tensioni interne, gli episodi di vandalismo e danneggiamenti, i rischi per quanti coinvolti, le assurde restrizioni finanziarie.
Insomma, una degenerazione, che insieme a tanti mi sono sforzato in questi anni di contrastare o almeno limitare, sostenendo l’intelligenza e l’abnegazione delle forze preposte e del volontariato impegnate a compensare le lacune, e di cui fanno fede i numerosi atti e iniziative di denuncia e sollecitazione presentati da senatore.
Urge una verifica seria, con correttivi profondi e soprattutto la revisione del quadro normativo.
Naturalmente, se si è arrivati a questo punto, responsabilità ce ne sono, e vanno denunciate. Non penso di essere fazioso se le ascrivo, in termini politici e culturali, all’impianto di una legge, la Bossi-Fini, e alle sue conseguenze. Di certo, il civismo dei cittadini che si sono spesi per il bene della comunità, e il Comune che ne ha raccolto le aspettative, sono, oltre che esenti da responsabilità, la parte lesa».
Giuliano Barbolini




