
Antonio Rigopoulos è professore di Indologia e tibetologia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Studioso delle religioni e delle filosofie dell’India, ha dedicato particolare attenzione ai movimenti devozionali (bhakti) e della rinuncia (yoga) in età medievale e moderna. Tra i curatori dell’edizione italiana dei maggiori testi dell’Hinduismo antico (Milano, 2010), ha pubblicato: Hinduismo (Brescia 2005); The Mahanubhavs (Firenze 2005); Guru. Il fondamento della civiltà dell’India (Roma 2009).
Da tempi immemorabili la relazione maestro-discepolo costituisce l’asse portante dell’universo religioso indiano. È davvero impossibile esagerare l’importanza del maestro nelle religioni dell’India. In assenza di una autorità ecclesiale centrale, di istituzioni quali la Chiesa in Occidente su cui incardinare il magistero, il maestro è da sempre la guida autorevole, l’imprescindibile punto di riferimento. All’interno di ognuna delle innumerevoli tradizioni, la necessità del maestro è indiscussa, essendo egli il ricevitore (dal proprio maestro) e il trasmettitore (per i discepoli e il successore ch’egli eleggerà) del sapere sacro in una linea di successione idealmente ininterrotta. La relazione maestro-discepolo fonda la comunicazione del sapere fin dall’ingresso nel Nord del subcontinente di popolazioni nomadi indo-arie – a partire dal 1400-1300 a.C. Gli arya, come vennero ad autodefinirsi (lett. “nobile”: il termine designa in primis l’aristocrazia guerriera) erano suddivisi in clan e la loro economia si basava prevalentemente sull’allevamento e la pastorizia.
La composita congerie di materiali denominati Veda (“sapienza”) costituisce il cardine della civiltà e della “religione” degli arya, e anche il più antico documento sopravvissuto di una letteratura orale indoeuropea. La trasmissione per via orale dei Veda e, in generale, del patrimonio culturale brahmanico è di cruciale importanza: il primato dell’oralità sulla scrittura è indiscusso (solo dopo il Mille si sarebbe iniziato a mettere per iscritto i “testi” vedici). Nel brahmanesimo la forma più alta del sapere è sempre e solo orale; alla scrittura è riservato un valore eminentemente pratico, di uso mondano e amministrativo (comunque inferiore).
La rivelazione vedica, monopolio dei sacerdoti brahmani, si suddivide in tre sezioni. Si tratta della “triplice scienza” di Rg Veda, Sama Veda e Yajur Veda, cui in prosieguo di tempo se n’è aggiunta una quarta, l’Atharva Veda, incorporante formule, benedizioni e maledizioni da impiegarsi in rituali magico-apotropaici.
Il Veda nel suo complesso è un “testo” per l’azione; i suoi innumerevoli dèi, i suoi miti e le sue speculazioni sono funzionali all’atto rituale, di cui componente essenziale è la Voce/Parola. Clan e famiglie sacerdotali discendenti da celebri bardi/veggenti erano specializzati sin nei più minuti dettagli dei complessi rituali sacrificali.
È da questi ambiti di specialisti del sacro che evolsero le “branche” o scuole del sapere vedico, le sakha, ciascuna trasmettente oralmente il proprio sapere di generazione in generazione. L’identità sociale di ogni brahmano era determinata dalla sua affiliazione a una di queste scuole.
La conferenza si tiene presso la Fondazione San Carlo (Via San Carlo, Modena) con inizio previsto alle ore 17.30. L’ingresso è libero su prenotazione (effettuabile su www.fondazionesancarlo.it) fino a esaurimento posti (a richiesta si rilasciano attestati di partecipazione). Le conferenze saranno trasmesse in diretta web e successivamente potranno essere gratuitamente consultate sul sito della Fondazione. Attraverso i canali di streaming è possibile interagire in diretta con le conferenze inviando commenti e domande.
Per informazioni: tel. 059.421208 – csr@fondazionesancarlo.it



