Cresce il divario occupazionale tra donne e uomini. L’anno scorso in provincia di Modena le donne assunte a tempo indeterminato sono state 1.640, a fronte di 5.350 uomini.

«Bisogna agire subito, perché la pandemia ha colpito soprattutto le donne – dichiara la segretaria generale della Cisl Emilia Centrale Rosamaria Papaleo – Il mercato del lavoro rischia di ampliare ulteriormente il divario di genere, soprattutto in termini di precarietà. A quanto pare, le imprese scaricano sulle donne le incertezze del momento. Per questo il lavoro delle donne risulta meno stabile».

Una ricerca della Cisl Emilia-Romagna conferma che il saldo occupazionale dei rapporti a tempo indeterminato è sfavorevole, in particolare dal 2017 al 2021. In questo periodo il dato medio delle assunzioni a tempo indeterminato sul totale assunzioni è stato del 12,4%.

Se guardiamo alle differenze di genere, scopriamo che l’anno scorso il tempo indeterminato ha interessato appena il 9,6% delle assunzioni femminili, contro il 14,2% delle assunzioni maschili.

Non è meno preoccupante il dato sulle mancate trasformazioni da rapporti di lavoro ‘altri’ a rapporti a tempo indeterminato: il 61,65% delle trasformazioni riguarda gli uomini, il 38,35% le donne.

«Questo dimostra come il lavoro non standard per le donne non sia propedeutico alla stabilizzazione occupazionale – spiega Papaleo – È un aspetto che rende ancora meno accettabile la netta prevalenza femminile tra le tipologie contrattuali meno stabili».

Anche il part time presenta criticità. L’anno scorso in regione sono stati circa il 44% i contratti attivati per le donne (50% nel resto d’Italia). Pure questo dato è sbilanciato visto che, in base alle stime, circa il 19% dei part time sembra essere involontario per le donne, contro il 6% degli uomini.

Tutto questo si ripercuote sulle retribuzioni pro capite: le donne guadagnano in valore assoluto circa il 30% meno dei colleghi.

 

Cosa fare?

La Cisl propone di intervenire prima dell’ingresso nel mercato del lavoro con progetti che avvicinino le ragazze al digitale e alle materie Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), colmando il deficit di competenze che i datori di lavoro lamentano in questi ambiti. Inoltre si deve aumentare la premialità per le aziende che si impegnano a garantire parità di genere.

«Serve anche – aggiunge Papaleo – incentivare fiscalmente il welfare aziendale contrattato in modo da incidere positivamente sull’impiego femminile e sul bilanciamento vita-lavoro.

Infine stiamo aspettando i decreti attuativi della recente legge sulla parità retributiva, grazie alla quale – conclude la segretaria generale della Cisl Emilia Centrale – si dovrebbe finalmente superare un divario che ogni anno costa all’Italia circa l’8% del Pil».