Un nuovo studio, guidato dall’Università di Modena e Reggio Emilia, in collaborazione con le Università di Padova, Firenze, Torino, Ferrara e il Museo di Storia Naturale di Stoccarda ha gettato nuova luce sul misterioso record fossile dei rettili marini (ittiosauri, pliosauri e coccodrilloformi) del Giurassico veneto. L’indagine, condotta dal dr. Giovanni Serafini (Unimore), dalla prof. Silvia Danise (UniFi), dalla dott.ssa Erin E. Maxwell (SMN Stoccarda), dal prof. Luca Martire (UniTo), dalla prof. Ursula Thun Hohenstein (UniFe), dal dr. Jacopo Amalfitano e dal prof. Luca Giusberti (UniPd), si è concentrata sulla tafonomia dei resti di questi grandi animali marini, ovvero di ricostruire i processi avvenuti tra la loro morte e il loro seppellimento, prima di entrare a far parte del registro fossile.

Negli oceani attuali, quando un grande vertebrato (ad esempio una balena) muore e cade sul fondale, offre nutrimento per una vasta gamma di organismi. Questo processo, chiamato deadfall, instaura intorno alla carcassa un vero e proprio ecosistema dove spazzini, opportunisti e specialisti prosperano dalle risorse rilasciate da ossa e tessuti molli. Anche a livello fossile sono state riconosciute tracce di queste antiche comunità ecologiche, persino nei rettili marini del Mesozoico, l’Era in cui i dinosauri dominavano le terre emerse.

“Fin dalla scoperta delle deadfalls nelle profondità dei mari attuali, che ospitano organismi unici dal punto di vista ecologico ed evolutivo – osserva Silvia Danise -, i paleontologi si sono domandati se le grandi carcasse dei rettili marini mesozoici ospitassero simili comunità. Questo studio è il primo che riesce a rispondere a questa domanda per quello che riguarda gli ambienti di mare profondo, mostrando adattamenti finora sconosciuti”.

Lo studio ha analizzato i rettili marini del Rosso Ammonitico Veronese, un’unità stratigrafica comune in Nord Italia (specialmente nelle province di Verona e Vicenza), depositatasi in mare abbastanza profondo e lontano dalla linea di costa. L’analisi dei resti di ittiosauri (rettili marini superficialmente simili ai delfini), pliosauri (un sottogruppo di plesiosauri) e talattosuchi (gruppo affine ai coccodrilli) ha rivelato un cattivo stato di conservazione comune alla maggior parte dei resti, consistente una lunga esposizione sul  fondale di queste carcasse prima che venissero seppellite dai sedimenti. Questo lungo intervallo ha tuttavia permesso l’instaurazione di comunità di deadfall tipiche di un ambiente profondo. Lo studio riporta denti di squalo associati ai resti scheletrici simili agli odierni squali vacca o capo piatto, rinomati spazzini anche negli oceani attuali. Più insolito è il ritrovamento di decine di elementi boccali (“becchi”) di nautiloidi (molluschi simili al moderno Nautilus), spesso anche fisicamente ancorati alle ossa di ittiosauri e pliosauri, ad indicare che questi molluschi si cibavano delle carcasse dei rettili marini con frequenza. Numerosi altri organismi sono stati rinvenuti associati ai resti, come ricci di mare, belemniti (cefalopodi estinti simili ai calamari) e microrganismi (funghi o batteri) in grado di crescere e consumare il tessuto scheletrico. Il risultato più inatteso è stato tuttavia il ritrovamento di centinaia di elementi di crinoidi (echinodermi sessili a stelo, anche noti come “gigli di mare”) a diretto contatto o anche all’interno delle ossa dei rettili marini. Si deduce che questi organismi incrostanti colonizzavano le ossa come substrato di ancoraggio.

“Trovare elementi di crinoidi, che sono filtratori ancoranti, all’interno delle ossa è stato un po’ un rompicapo – spiega Giovanni Serafini -, ma guardando alla biologia delle forme attuali di questi animali abbiamo ipotizzato che le larve planctoniche, di piccole dimensioni, potessero atterrare all’interno dell’osso spugnoso già eroso dalla lunga esposizione sul fondale, per poi crescervi all’interno nella forma adulta. È un’interazione ecologica che non è mai stata descritta, ma d’altronde le deadfall fossili del Mesozoico in mare profondo non erano mai state esplorate prima d’ora. Possiamo solo immaginare cosa ci riserva il futuro.”

 

Lo studio è stato pubblicato sulla Rivista Italiana di Paleontologia e Stratigrafia disponibile a https://riviste.unimi.it/index.php/RIPS/article/view/22314