
Classe 1928, padre genovese e madre milanese, il fotoreporter trascorre l’adolescenza a fare il pendolare tra le due città del nord: “forse è anche per questo che da sempre mi considero apolide”, spiega il fotografo che ora vive nelle Marche, a Fermo. Ad appena sedici anni, si trova coinvolto nella Resistenza: “fu una lezione di vita indimenticabile, con emozioni estreme”, così descrive quel periodo.
Dopo la guerra, consigliato un amico, si inventa fotografo di cronaca nera: “non era nelle mie prospettive. Ma ben presto apprezzai la libertà del fotografo rispetto all’ansia e alla disciplina del giornalista, c’era anche una lieve componente artistica e mi dissi: accidenti, che bello! Da allora non ho mai più smesso”.
Sostenitore della fotografia a luce ambiente, contrario all’uso del flash, Dondero ha lavorato per quotidiani e riviste sia in Italia (L’Espresso, L’Illustrazione Italiana) che in Francia (L’Express, Le Nouvel Observateur, Le Monde). Ogni scatto di Dondero testimonia un pezzo di storia: la Milano bohémienne del Bar Giamaica, la Parigi di Beckett, di Sartre e dell’occupazione alla Sorbona, la Roma di Pasolini, di Moravia, di Flaiano, la Praga della Primavera, la Cambogia dei khmer rossi, Cuba, Berlino nei giorni della caduta del Muro, l’Africa. Di quest’ultima dice: “Nonostante tutto, è il continente che preferisco, per via della speciale umanità, disarmata di fronte alla malizia occidentale”.

