
Grube è nato nel 1932, e viene considerato dai nazisti come “mezzo ebreo”, visto che la madre è di origine ebraica. Con l’inasprirsi delle persecuzioni, la situazione famigliare peggiora ma non collassa grazie alla forza e al coraggio del padre di Ernst. Come “ariano”, gli viene chiesto di abbandonare la famiglia “contaminata”. Grube non accetta mai di divorziare né tantomeno di rinunciare ai figli, nonostante anni di minacce, intimidazioni e violenze perché proceda in quel senso. I bambini vengono mandati in un orfanotrofio ma per la legge non possono essere considerati come “solamente” ebrei, e quindi per loro le misure più severe arriveranno tardi. All’inizio del 1945, però, dopo anni di emarginazione e umiliazioni, la madre ed i tre figli, fra cui Ernst all’epoca 12enne, vengono deportati a Terezin, il “campo dei bambini” vicino a Praga.
È il febbraio 1945, quando i treni per Auschwitz erano stati interrotti dopo la liberazione del campo di sterminio pochi giorni prima, e quindi uno dei rischi principali per la loro vita. Ma l’esistenza a Terezin, anche se solo per pochi mesi, non è facile per il 12enne Ernst, oltre tutto dopo anni di isolamento e di razzismo.
Anche perché le ferite sono numerose: dopo mesi di prigionia, Grube e la sua famiglia tornano in Germania, dal padre, ma non senza ferite. Fra i tanti ragazzi ebrei con cui ha vissuto in un istituto nel periodo della guerra, solo tre sono i sopravvissuti, Grube, il fratello e la sorella. E della numerosa famiglia ebraica della madre, nessun parente è tornato dalla deportazione all’Est, tutti morti nei campi della Polonia.

In apertura il sindaco Vecchi ha ribadito il valore della memoria: “è sempre un’emozione parlare davanti a un teatro come il Valli con mille studenti, pronti a fare un’esperienza importante come il viaggio della memoria. Io ho partecipato a diversi viaggi, sono esperienze che cambiano, sono esperienze importanti e posso dire che a Reggio continueranno ad essere sostenute con forza. La memoria è libertà”.




