La moda italiana continua ad attraversare una fase estremamente critica. Gli ultimi dati congiunturali delineano un quadro allarmante a livello nazionale, con la produzione nel tessile abbigliamento e pelli che nei primi otto mesi del 2025 scende del 6,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, una caduta di oltre cinque punti più ampia rispetto alla media della manifattura italiana (-1,4%).
Dopo un 2024 che ha visto le esportazioni di prodotti del tessile, abbigliamento e pelli Made in Emilia-Romagna in calo del 2%, i primi sei mesi del 2025 registrano una flessione più accentuata, pari a un -6,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-3,8% a livello nazionale). L’export di prodotti della moda a Reggio Emilia è cresciuto del 7,1% sul primo semestre 2024, unica provincia della Regione insieme a Bologna a registrare un segno positivo. In Italia l’import di prodotti del tessile, abbigliamento e pelli è in crescita del 3,4% nei primi otto mesi del 2025, trainato dall’aumento dell’8,2% dai paesi extra UE, con una crescita a doppia cifra (+11,8%) dell’import dalla Cina, che rappresenta circa un terzo (34,3%) delle importazioni extra UE della moda.
In Emilia-Romagna il valore annualizzato dell’import di prodotti della moda è di 5,3 miliardi di euro, in crescita del 6,6% nei primi 6 mesi del 2025. Due terzi del valore (il 62,3%) proviene da paesi extra UE, in crescita del 17,9% nel I semestre 2025, trainato dalla Cina (+18,8%), che rappresenta da sola il 18,4% dell’import. Nel terzo trimestre del 2025 si sono registrate 67 cessazioni di imprese del tessile, abbigliamento e pelli in Emilia-Romagna, di cui 63 sono relative a chiusure di imprese artigiane: nel trimestre in esame il settore ha visto chiudere un’impresa ogni giorno e mezzo. Reggio Emilia è tra le province più severamente colpite da questa emorragia di imprese: nel reggiano si sono contate 12 cessazioni di cui 9 artigiane (il 14,3% delle 63 cessazioni regionali artigiane, pari a 1,4 ogni 100 imprese artigiane reggiane registrate del settore).
«Sulla crisi della moda italiana, al ciclo congiunturale debole si sovrappongono rilevanti fattori strutturali – commenta Paolo Leporati, presidente della categoria Moda per la nostra associazione –. Come evidenziato in un recente lavoro pubblicato dalla Banca d’Italia sul settore moda, dopo un biennio di elevata inflazione, i consumatori sono più sensibili ai prezzi, mentre si alza la propensione al risparmio a fronte di una elevata incertezza. La transizione green induce una maggiore circolarità dei beni di consumo. La quota della moda sugli scambi globali si è sensibilmente ridotta. Inoltre, pesano i dazi, a cui fa fronte il robusto posizionamento qualitativo del Made in Italy della moda. Oltre alla frenata dell’export negli Stati Uniti determinata dai dazi, le vendite del made in Italy della moda potrebbero risentire del dirottamento verso altri mercati di prodotti di moda cinesi precedentemente diretti negli Stati Uniti. Inoltre, è bassa la probabilità che i prodotti della moda italiana possano sostituire quelli cinesi sul mercato statunitense, che richiede prodotti più sostituibili provenienti da altri produttori asiatici, tra cui domina il Vietnam. L’incertezza che caratterizza l’attuale fase della domanda mondiale influisce sull’offerta della moda specializzata nei beni di lusso. Tra le nostre priorità sicuramente la certificazione di filiera, proposta dal governo e sostenuta dall’associazione, per garantire trasparenza, tracciabilità e valore alle lavorazioni. Fondamentale anche l’informazione ai consumatori, chiamati a compiere scelte più consapevoli, considerando non solo il prezzo ma anche l’impatto ambientale e sociale dei prodotti».




