
Lo afferma la Femca Cisl Emilia Centrale, preoccupata per le possibili conseguenze occupazionali del meccanismo che impone alle aziende produttrici e distributrici di dispositivi medici di restituire allo Stato 2,2 miliardi di euro. Ricordiamo che il payback era una misura di contenimento della spesa sanitaria introdotta nella manovra finanziaria del 2015. Esso prevede una compartecipazione delle aziende in caso di sforamento del tetto di spesa sanitaria, ma il meccanismo non è più stato rivisto, nonostante la pandemia da Covid.
«Abbiamo contattato le aziende del distretto e alcune di esse ci hanno informato che, se il governo non ritira il provvedimento, è probabile che possano rivedere i propri progetti industriali – rivela il sindacalista della Femca Cisl Emilia Centrale Carlo Alfonso Preti – Se così fosse, rischiamo seriamente di subire delocalizzazioni, perché alcune imprese potrebbero decidere di produrre in altri territori, anche fuori dall’Italia, con impatti negativi per l’occupazione locale».

«Nel caso delle aziende del biomedicale non siamo di fronte a extra-profitti da colpire, ma a forniture di dispositivi medico-sanitari attraverso gare pubbliche – ricorda Preti –
Pertanto chiediamo al governo di aprire un tavolo con imprese e Regioni per superare definitivamente il payback del biomedicale e – conclude il sindacalista della Femca Cisl Emilia Centrale – restituire serenità a un settore che conta oltre 220 imprese, circa 4.500 addetti e contribuisce al 2% del pil nazionale».




